Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – Fiero di aver contribuito

Questo non è il tipico post da travel blog, è uno di quei post che non rispetta nessun canone e che, quindi, non leggerà nessuno. Però oggi ricorrono i 10 anni dal terribile terremoto che squassò l’Aquila ed il territorio circostante il 6 Aprile 2009 e non posso non scrivere niente.

In quell’occasione feci un viaggio che alcuni hanno definito “un viaggio verso l’inferno e ritorno”. A me non piace esagerare ma, sicuramente, fu un viaggio incredibile, che mi cambiò molto e che mi rimase impresso, scolpito indelebilmente nel cuore e nella mente.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – Antefatto

Il mio “battesimo del fuoco” nelle emergenze fu durante l’alluvione del Piemonte del 1994. Nel 2009 ne avevo quindi già viste di tutti i colori ma quella fu un’esperienza diversa. Quando, quel 6 di Aprile, iniziarono ad arrivare le prime notizie sul sisma fu subito chiaro che qualcosa di drammatico stava succedendo, anche se la reale portata la capii solo successivamente.

Ero un giovane precario della ricerca, facevo “lo scienziato”, da poco meno di dieci anni ero Volontario del Soccorso nella Croce Rossa Italiana e ricoprivo l’incarico di Delegato Tecnico Locale Radiocomunicazioni e contemporaneamente, da un po’ più di tempo, militavo in un’altra organizzazione che si occupava sempre di radiocomunicazioni in emergenza.

Ricordo che guardavo le interminabili edizioni del telegiornale che duravano praticamente tutto il giorno ed intanto preparavo lo zaino: sapevo che, prima o poi, il telefono sarebbe squillato.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – La partenza

Ed infatti il telefono suonò. Ci presentammo tutti al polo logistico di Torino, ci fu un breve briefing, ci venne assegnato il centro operativo sul posto a cui ci saremmo dovuti presentare ed in percorso da fare per raggiungerlo.

L’organizzazione sembrava stranamente impeccabile: ci venne addirittura consegnata una tessera per far benzina ai mezzi durante il viaggio presso i distributori di un noto marchio con cui il Ministero aveva stipulato un’apposita convenzione.

Partimmo e capimmo che le cose non sarebbero state così semplici come l’organizzazione apparentemente perfetta faceva supporre: nel percorso autostradale che ci fu assegnato non c’era nemmeno un distributore di quel marchio. Facemmo rifornimento comunque, ovviamente, ma soltanto dopo venimmo a sapere che il capo missione dovette anticipare di tasca propria. Chissà se qualcuno mai lo rimborsò…

Sisma Abruzzo 2009
Una delle immagini simbolo di questo terremoto

Arrivammo a l’Aquila e ci presentammo al DICOMAC (Direzione COMAndo e Controllo) che la Protezione Civile Nazionale aveva installato presso la scuola marescialli della Guardia di Finanza di Coppito. Una struttura enorme in cui già lavoravano febbrilmente un sacco di persone (non ho mai capito quante) principalmente del Dipartimento della Protezione Civile, delle varie forze dell’ordine, della Croce Rossa e dell’ARI che si occupava del servizio di radiocomunicazioni.

Venimmo registrati, ci fu fornito un lasciapassare per muoversi liberamente ovunque e, ad ognuno di noi, venne assegnato un compito da svolgere ed un luogo di destinazione. Così capii realmente cos’avrei dovuto fare.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – La destinazione

Fui inviato insieme ad un collega presso un COM (Centro Operativo Misto) che si occupava di una zona più ristretta per ricevere la destinazione finale. Il viaggio in quel territorio devastato fu qualcosa di allucinante e, anche se la distanza da percorrere era poca, richiese un tempo lunghissimo perché ovunque c’erano deviazioni: molte strade erano invase dai detriti e c’erano posti di blocco per consentire il transito ai soli mezzi di soccorso.

Il COM che stavamo cercando era stato installato nella campagna, lontano da edifici che avrebbero potuto crollare e noi non riuscivamo a trovarlo: la via in cui era ubicato non era segnata sulla nostra cartina. Ovviamente la rete di telefonia cellulare non funzionava per cui ci mettemmo in contatto via radio. Capirono dove ci trovavamo e ci dissero di salire su una collinetta lì vicino da dove si godeva di una buona vista grazie alla quale avremmo sicuramente visto il campo attendato e ci sarebbe stato facile raggiungerlo.

Sisma Abruzzo 2009Arrivati in cima la vista che ci si presentò davanti non la dimenticherò mai e fu quella che mi fece realmente capire la “dimensione del problema”. Era impossibile distinguere la nostra destinazione perché ovunque si guardasse, a perdita d’occhio, stavano sorgendo campi attendati. Ogni singolo paese aveva il suo, ce n’erano una marea!

Nei giorni successivi il problema venne risolto con la geolocalizzazione di tutti i campi. Alla fine, comunque, arrivammo e scoprimmo che la nostra destinazione finale era una valle in montagna nella quale sorgevano diversi paesini. Gli abitanti erano stati sfollati in alcune tendopoli ma era difficile raggiungerle per le condizioni delle strade e non si riusciva a comunicare con loro.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – Inizia il lavoro

Quando arrivammo prendemmo subito contatto con la Croce Rossa locale che aveva attrezzato un ambulatorio nel campo principale e con il capo campo per capire la situazione ed organizzare il lavoro. La popolazione, invece, ci accolse più freddamente. Venimmo a sapere che prima di noi altri avevano tentato di ripristinare le comunicazioni ma non ci erano riusciti e loro si sentivano abbandonati e parecchio disillusi.

Ci sentimmo di colpo caricati di una responsabilità enorme.

Sisma Abruzzo 2009 Ambulatorio
Un angolo della tenda ambulatorio e primo soccorso

Una sala radio in mezzo alle montagne

Eravamo attrezzati con apparecchiature VHF ed UHF ma, studiando l’orografia del territorio, capimmo che sarebbe stato impossibile stabilire un collegamento con la centrale operativa più vicina senza collegarsi alla rete dei ponti ripetitori che, però, danneggiata dal sisma, non funzionava.

Quello che, tuttavia, era possibile fare era garantire le comunicazioni tra il campo e le varie squadre che quotidianamente si recavano a lavorare sui luoghi dei crolli in modo da garantire la loro stessa sicurezza. Ci riuscimmo in poco tempo e la gente riprese fiducia. Però le comunicazioni con il mondo esterno ancora non c’erano: i rifornimenti per le necessità del campo arrivavano ma in modo casuale dato che, al magazzino centrale di Avezzano, non avevano modo di sapere cosa realmente servisse; in caso di emergenza sanitaria era impossibile contattare il 118 e così via.

Sisma l'Aquila 2009
Le tende di un campo con un telo addizionale per proteggerle dalla pioggia e dal sole.

Le condizioni meteo sicuramente non aiutavano: faceva molto freddo, pioveva ed, a volte, nevicava. Mi ricordo una mattina in cui ci svegliammo, andammo alla tenda mensa (che fungeva anche da aula scolastica, sala comunale, biblioteca, ritrovo per il catechismo, ecc…) per colazione e la trovammo completamente collassata a terra.

Si trattava di un’enorme tenda pneumatica e l’umidità portata dall’aria calda contro il soffitto era condensata e, nella notte, ghiacciata. Lo spesso strato di ghiaccio aveva fatto cedere la tenda sotto il suo peso. Così dovemmo rompere a martellate il ghiaccio per poter rigonfiare la tenda e renderla operativa di nuovo.

Sisma Abruzzo 2009 Tenda Mensa
La tenda mensa era l’unico luogo comune di ritrovo.

Non so come mai lo feci ma, ricordo che, partendo da casa, infilai nello zaino un piccolo trasmettitore per le onde corte, mio personale, ed un po’ di cavo coassiale. Nessuna antenna, quindi era inservibile. Forse qualcuno da lassù aveva capito che quella sarebbe stata la carta vincente.

Era evidente che, l’unica speranza per ripristinare le comunicazioni in tempi rapidi era quella di usare un sistema che consentisse di scavalcare le montagne. Purtroppo, però, non tutti i centri operativi locali erano attrezzati per questo tipo di trasmissioni. Ma l’unità di crisi della Farnesina a Roma sì. Quindi dovevamo tentare di stabilire un collegamento diretto con Roma ma non avevamo nemmeno un’antenna adatta.

Sisma Abruzzo 2009 Onna
Onna

Decidemmo di provare a costruirne una. “Lo scienziato” ero io quindi mi toccò la fase di progetto. Una notte, alla luce di una pila, scarabocchiando su un tovagliolo di carta feci i conti e fu chiaro il materiale che ci serviva. Il mattino successivo andammo dall’elettricista del campo ma lui si rifiutò di darci del filo elettrico: ne aveva in quantità troppo limitata e serviva per l’impianto del campo dato che le tende dovevano essere scaldate per via delle basse temperature.

Così ci venne un’idea: iniziammo a gironzolare a caso nel circondario finché trovammo una discarica. Lì trovammo quanto ci serviva: filo elettrico abbandonato, bottiglie dell’acqua di plastica, legno. Preso il bottino tornammo al campo e ci facemmo prestare l’unico metro disponibile. Facemmo due tacche alla distanza di un metro su un tavolo e lo restituimmo. Con quella precaria “attrezzatura” misurammo la lunghezza dei conduttori che doveva avere ben precisa. Dato che alla precisione dovemmo rinunciare ci tenemmo più larghi: ad accorciare si fa sempre in fretta…

Costruimmo l’antenna e poi cercammo di metterla a punto per tentativi non avendo strumentazione adeguata con noi. Dopo mille prove ce la facemmo. L’avevo progettata in modo che consentisse di trasmettere su due frequenze diverse, una che ci avrebbe dato maggiori possibilità di riuscita durante il giorno e l’altra durante la notte a seconda delle condizioni di propagazione ionosferica e di rumore di fondo.

Sisma Abruzzo 2009 Onna
Le strade di Onna

L’idea era di posizionare l’antenna in posizione bassa rispetto al terreno in modo da sfruttare l’effetto di riflessione verso l’alto del terreno stesso. Le onde sarebbero, così, salite verso la ionosfera ed, una volta raggiunto lo strato ionizzato, sarebbero state riflesse verso il basso “ad ombrello” coprendo un cerchio di qualche centinaio di chilometri centrato intorno a noi.

Un’antenna costruita in modo precario con materiali di recupero trovati in discarica ed un trasmettitore grande la metà di una scatola di biscotti dalla potenza di appena 5 W. Le probabilità di successo non erano proprio a nostro favore soprattutto considerando che una lampadina ad incandescenza normale come quelle che tutti noi avevamo a casa in quel periodo aveva una potenza di ben 100 W e la usavamo per illuminare appena una stanza…

Nonostante ciò cominciai a chiamare sulle frequenze dove sapevo che l’unità di crisi della Farnesina sarebbe stata in ascolto. Mille tentativi a tutte le ore del giorno e della notte, tutti falliti finché, ad un certo punto, chiaro e forte ricevemmo il loro segnale. Stavano parlando con il DICOMAC di Coppito. Attesi la fine del loro collegamento e cominciai a chiamarli. Ci sentirono, debolissimi, al filo del rumore ma ci sentirono.

Quella sera festeggiammo presso la segreteria del campo mangiando di nascosto zuccherini al liquore insieme ad altri volontari. La gente riprese fiducia, le cose cominciarono a migliorare.

Sisma Abruzzo 2009

Poi venne riparata la rete dei ripetitori e le comunicazioni divennero semplici e regolari. Installammo una piccola sala radio nella segreteria del campo che poteva anche essere utilizzata dalla popolazione per mandare messaggi ai propri cari sparsi per l’Italia, tramite un apposito servizio, per far sapere loro che stavano bene.

E così finì anche il periodo dei pasti sempre uguali, a base di pasta e scatolette: riuscimmo a far arrivare un container frigorifero nel quale potevano essere stoccate carne e verdure. Ci fu grande festa nel campo quando venne installato ed acceso per la prima volta. Che illusi!

Sisma Abruzzo 2009
Un angolo della postazione di lavoro

E’ vero che le cose ora andavano molto meglio ma ancora non erano perfette: il magazzino centrale, per chissà quale motivo, smise di mandare i coltelli (dato che non era possibile organizzare un servizio di lavaggio e riuso dei piatti e delle posate si usavano quelli in plastica) e così avevamo tanta carne che, però, non veniva cucinata perché non sarebbe stato possibile tagliarla…

Per fortuna durò poco. I coltelli tornarono. Non il gasolio. Così il generatore si spense e tutto il campo rimase al buio ed al freddo per due giorni.

Piccoli inconvenienti normali quando si deve gestire una macchina così complessa ed enorme. La questione delle tessere per il carburante capitataci all’inizio di quest’avventura ce l’aveva fatto presagire. Ma il nostro compito era finito. Si tornava a casa.

Il foglietto su cui quella notte feci i calcoli purtroppo è andato perso, mi sarebbe piaciuto conservarlo. Però l’antenna ce l’ho ancora. La farò vedere al piccolo bisonte quando gli racconterò questa storia.

Il ritorno a casa non fu semplice. Il colloquio con lo psicologo, il periodo di riposo. Poi fu il momento di un altro turno. Questa volta a l’Aquila. La fase emergenziale era ormai finita, si gestivano le tendopoli e l’assistenza sociosanitaria.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – La fine dell’emergenza

Le due missioni in Abruzzo furono, per me, un’esperienza incredibile in cui feci di tutto: scalai macerie, curai ferite, potai persone in ospedale, trasportai materiali, montai e smontai tende, riparai stufe, giocai con i bambini, parlai con le persone, lavorai ad una linea di imballaggio e distribuzione di pasti da asporto per i campi che non avevano una cucina, servii pasti al self service in una mensa da campo dove somministravamo 3000 pasti al giorno.

Per brevità, dato che ho sbrodolato già troppo, ho raccontato solo l’episodio che, secondo me, è stato principale.

Sisma Abruzzo 2009L’emergenza finì, tornai a casa ma fui ricoverato in ospedale. Una volta dimesso, per un bel periodo dovetti recarmi in ospedale per fare tre flebo tutti i giorni dopo il lavoro e ricordo che ne uscivo sempre un po’ stordito. Un mio rene ne porta le conseguenze ancora adesso.

Mi diedero anche una divisa nuova per sostituire la mia ormai distrutta. Però era l’unica che c’era e non era della mia taglia. Dentro ci saremmo tranquillamente potuti entrare in due ma le gambe erano così corte che mi arrivavano solo al polpaccio…

Non avevo mai scritto nulla prima di allora. Anche a scuola non è che fossi proprio brillante nei temi. Ma, quando mi ristabilii e tornai al lavoro, scrissi un piccolo pensiero che ho già pubblicato in occasione della Giornata Mondiale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa del 2017.

Alla fine, circa un anno dopo il sisma, ricevetti una comunicazione. Mi avevano dato una medaglia. Mi diedero un attestato ma la medaglia no, quella me la sarei dovuta comprare da solo. Costava 100 Euro, forse lo stato non aveva soldi… Inutile dire che non la comprai mai.

Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – Cos’è cambiato dopo 10 anni

Oggi ricorre il decennale di quella tragedia. Cos’è cambiato da allora? Non sono più un precario della ricerca, oggi “lo scienziato” lo faccio per mestiere e faccio ancora parte delle stesse due organizzazioni di soccorso in emergenza.

Vita da volontario in Croce Rossa

La ricostruzione va avanti a rilento, le casette prefabbricate di Onna sono ancora lì. Proprio quelle dove ci mandarono a fare una specie di picchetto d’onore quando furono inaugurate, alla presenza del capo del Governo, finanziate con fondi della Croce Rossa.

Tante altre emergenze sono venute dopo ma quella fu di proporzioni talmente catastrofiche che non la dimenticherò mai. Purtroppo non ho capacità fisiognomiche, quindi quasi non ricordo i volti delle tante persone con cui ho lavorato. Non ho neanche una grande memoria, quindi non ricordo nemmeno i nomi, tranne quello di Sergio che era un Ispettore della Croce Rossa locale e che, credo, non dormisse mai.

Sono passati 10 anni, mi piacerebbe rivedere qualcuno ma anche il foglio con tutti i nomi ed i recapiti, tra matrimonio, trasloco, un figlio, ecc è finito chissà dove. Spero che ci troveremo almeno con i miei compagni di missione piemontesi, magari per una pizza come abbiamo già fatto altre volte.

Due cose, però, le ricordo come fosse ieri: l’ultimo ammaina bandiera alla nostra tendopoli de l’Aquila (“i primi ad arrivare, gli ultimi ad andare via” recita il motto della CRI e non sono mai stato così orgoglioso di farne parte) ed un COM che chiedeva via radio al DICOMAC di Coppito di mandare più bare perché quelle che avevano non bastavano.

Ci furono 309 morti ed io, tra quelle persone e su quelle macerie, lasciai un po’ di quello che ero e presi un po’ di quello che sono.

L’Aquila, 6 Aprile 2009. Fiero di aver contribuito.

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4 commenti su “Sisma l’Aquila 6 Aprile 2009 – Fiero di aver contribuito

    • inviaggiocolbisonte il said:

      Grazie, io non ho fatto niente di particolare se non dare una mano al meglio che potevo. Spero di aver reso l’idea. E’ vero che non è un post tipico da family travel blog ma non potevo non ricordare questo evento.

  1. Bravissimo! Complimenti a te ed a tutti coloro che si sono adoperati per portare aiuto in quei momenti drammatici e, a seguire, hanno cercato di dare una mano a chi ne aveva (e ha ancora) bisogno.

    • inviaggiocolbisonte il said:

      Grazie, tutti hanno fatto il massimo che potevano. Pur con tutti i suoi difetti la protezione civile italiana è una delle migliori al mondo. Infatti era pieno di osservatori della protezione civile di altri paesi che venivano per imparare dal modello italiano. Dov’ero io, ad esempio, c’erano due tedeschi.

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